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La sofisticata arte della valutazione

Visto il crescente interesse dei collezionisti per il settore degli argenti d’antiquariato, sembra utile indicare alcuni aspetti dei quali tenere conto per apprezzare al meglio questi oggetti e investire con ponderazione nel loro acquisto, anche avvalendosi della nuova Banca Dati NTQ, un utile strumento per chi vuole ricercare, comprare e vendere oggetti d’arte e antiquariato. Chi invece fosse già in possesso di esemplari simili e volesse conoscerne il valore può ricorrere al servizio on-line offerto da Valutiamo.it.

La conoscenza degli stili e delle forme è il punto di partenza per collocare un oggetto nella sua epoca. Attraverso lo studio dei testi e le immagini pubblicate nei cataloghi si può allenare l’occhio a riconoscere gli elementi decorativi di ogni epoca e stile. Il maggior pericolo, però, è il “prolungamento stilistico”: argenti che, sebbene prodotti in una determinata epoca, sono stati realizzati seguendo elementi stilistici del passato. È il caso dello storicismo di fine Ottocento, oppure delle produzioni provinciali, solitamente più lente a recepire le novità stilistiche elaborate nelle città.
È importante toccare l’oggetto con mano. Le asperità della superficie, infatti, possono suggerire riparazioni, saldature, alterazioni. Il riconoscimento dei bolli è fondamentale: fin dal Medioevo è stato introdotto il sistema della punzonatura, ovvero quel sistema di bolli applicati sugli argenti a garanzia della corretta manifattura e titolazione (nomi degli argentieri, luogo e data, percentuale di argento).
Altro elemento è il rapporto peso-volume: a periodi di prosperità corrisponde l’utilizzo abbondante di argento, mentre nei momenti di crisi il suo impiego era ridotto al minimo.

Bisogna poi saper distinguere tra lavorazione manuale e meccanica: una lavorazione complessa è difficilmente falsificabile, perché poco conveniente dal punto di vista economico.
Infine, tra i rischi più ricorrenti ci sono i pezzi in sheffieldsilver plate marcati con i bolli dell’argento, oppure le rielaborazioni ottenute con parti di pezzi originali.

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Grazie al matrimonio della nipote di Augusto il Forte, fondatore della manifattura tedesca di Meissen (leggi il nostro approfondimento), con il re di Napoli Carlo di Borbone (1738) ha inizio l’avventura delle porcellane di Capodimonte: nella dote erano compresi vasi, figurine e servizi da tavola prodotti in Germania e destinati ad affascinare la corte borbonica.

Se la materia base della prima porcellana europea stava nel caolino della Sassonia, la porcellana di Capodimonte si basava sull’argilla bianca di un paesino della Calabria. Nonostante la stretta parentela, infatti, la corte di Dresda non rivelò alcun dettaglio tecnico a quella napoletana, che si dovette organizzare diversamente. Livio e Gaetano Schepers, padre e figlio, furono incaricati di esplorare il regno saggiandone i terreni, al fine di trovare quello più adatto allo scopo. Nel 1743 Gaetano Schepers ottenne dall’argilla di Fuscaldo (Cosenza) una porcellana a pasta tenera (quella cinese e quella di Meissen erano a pasta dura), candida e traslucida, sulla quale la vernice assumeva l’aspetto morbido del velluto. Sempre nello stesso anno, nel parco della reggia di Capodimonte, furono costruiti gli edifici della nuova manifattura. Alla direzione delle attività furono chiamati il pittore Giovanni Caselli e il modellatore Giuseppe Gricci. (continua…)

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